Review

Carmine Gambardella, Cattedra UNESCO su Paesaggio, Beni Culturali e Governo del Territorio

Carmine Gambardella, Cattedra UNESCO su Paesaggio, Beni Culturali e Gioverno del Territorio

Alessandro esprime con i Suoi Quadri l’appartenenza ad una Cultura che si nutre profondamente delle radici mediterranee, materializzate con mano guidata dalla mente, oltre la visione stessa.

Bianca Stranieri, Docente MIUR al Liceo Artistico Boccioni-Palizzi di Napoli, Museo delle Arti Industriali

Il rosso è il colore dell’amore e non a caso è il preferito dell’artista architetto Alessandro Ciambrone, che nelle sue tele, prima ancora delle immagini, imprime con la passione del sapiente disegno tutta l’anima dei luoghi… le sue opere sono un’esplosione di colori stratificati, fino a formare una densa materia pittorica che esalta l’idea, prospetticamente sempre proporzionata, di architetture scelte tra le meraviglie del patrimonio soprattutto campano; di esse Ciambrone ricerca  l’essenza simbolica, affinché il vasto pubblico a cui si rivolge possa farne una personale interpretazione evocativa… così i dettagli e i particolari lasciano il posto al sogno delle volute e delle linee morbide, dei cerchi e della pioggia di oro argento e rame… anche i cieli notturni brillano sempre di luce radiosa… mancano le figure umane, ma solo perché l’essenza dell’uomo si ravvisa nella bellezza di ciò che ha prodotto. È questo infatti il messaggio poetico di Alessandro: l’uomo è nato per vivere nella Bellezza, e ad essa deve votare la sua vita, solo così sarà felice.

Danila Jacazzi, Docente di Storia dell’Architetura al Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’

Una grafia nervosa, dinamica, un innesto di volumi restituiti con il sapiente tratto di un architetto caratterizzano le visioni urbane degli schizzi di Alessandro Ciambrone. Un segno, più che un disegno, costituisce la matrice geometrizzante della composizione, talvolta  rivelata nel contrasto cromatico del bianco e nero e del disegno prospettico che pervade e invade lo spazio. Geometrie, simmetrie e suggerimenti di luoghi rievocati, rilevati e rivisitati, dove la linea spezzata, obliqua, irrequieta ricompone superfici e rivela trasparenze acquatiche, forme, edifici, città, paesaggi. E poi arriva il colore: dapprima fiammato sullo sfondo di cieli grigi, poi esso stesso improbabile sfondo di vedute monocrome, infine esplosione di ardui accostamenti che invadono e annullano le forme. Il colore assume una dimensione espressiva, si intreccia alle linee e con esse si confonde e, come in un caleidoscopio, l’occhio indaga la composizione, esplora gli effetti cromatici per ritrovare il senso e il segno. Nelle opere di Ciambrone il colore diventa una componente essenziale e come un horror vacui medioevale definisce un’atmosfera esaltante, vivace, molecolare, dove riecheggiano riferimenti culturali ad una dimensione mediterranea di intrecci arabi, mosaici bizantini, vetrate gotiche ed esaltazioni barocche. L’ampio uso del tratteggio, che suggerisce un senso di tridimensionalità, restituisce una visione fantastica, con cieli caleidoscopici, esplosivi e coriandoli di colori contrastanti. Non esiste chiaroscuro, né linea di contorno: il colore pieno, denso, violento stordisce lo spettatore. E tra intrecci, intarsi, mosaici di forme e colori emerge l’oggetto della composizione a volte protagonista, a volte semplicemente suggerito dal diaframma del disegno. Una composizione che è più propriamente una “scomposizione” nelle ultime opere, nelle quali frammenti di figure si innestano in schegge diagonali che compongono le differenti viste prospettiche dei luoghi, “deangolazioni prospettiche” che sconfinano nell’esaltazione visionaria della realtà in una diversità e pluralità di punti di vista.

Saverio Carillo, Docente di Restauro al Dipartimento di Architettura e Disegno Industriali dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’

Alessandro Ciambrone compone un testo pittorico che ha voglia di raccontare. Gli innesti tra narrazione e visione costituiscono una traccia semplice ed emotivamente commovente, il cui valore è tutto concentrato in un portato elementare; una radice semplice si connette ad associazioni ancora semplici che costituiscono, tuttavia, una ‘graduale complessità’. Non si può cogliere la realtà che per approcci. Non ci si può rendere conto delle cose dell’esistenza se non per esperienza. Esperire significa per metonimia ‘sperare’, poiché la sua radice indica, nelle lingue indoeuropee, i tentativi ripetuti di portare a termine un’azione e la conseguente speranza che li accompagna. Si spera perché si è in attesa di un senso e si desidera conoscere il significato delle cose. La narrazione semplice di Ciambrone sembra attaccarsi, forse inconsapevolmente –cosa ancor più interessante- alla tradizione narrativa del territorio di afferenza dell’autore; appaiono significative le analogie con le storie per immagini che nell’area campana ha diffuso storicamente Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile perché le immagini metaforiche delle favole antiche acquistano valore di specchio di ciò che la vita reale rifrange del carattere morale della storia di ogni singolo uomo. Un po’ come lo cunto, che viene narrato alla comitiva, l’immagine di un paesaggio o di un luogo racconta di sé e della sua storia attraverso la selezione delle pigmentazioni coloristiche che si assemblano in immagini compiute. Tocchi di colori, flash di luci, come feedback evocativi di un primario messaggio -messaggio elementare perché fondativo– si vanno condensando sul fondo del supporto destinato ad accogliere l’intervento d’arte. Una base comune rappresenta la stesura ‘di fondo’ predisposta a sancire rapporti di ritmo tra le parti anche in ragione delle cromie del manufatto e della densità della materia depositata. San Gennaro attende di manifestarsi dando di sé un’epifania che è sacrale nell’iconografia ma è secolare, se non secolarizzata, nella sua offerta alla pubblica visione. Quasi come un’immagine di souvenir o da packaging del sacro: il racconto di un contenuto avviene attraverso il linguaggio di un edonismo visivo. Anche quest’edonismo ha radici antiche e, forse, anche queste, sacre. Analogie dunque con percorsi di narrazione sia scritturale -cioè di scrittura- che di immagine laddove l’iconografia è ancora e anch’essa scrittura. Si iniziano così a perimetrale alcune delle categorie utilizzate da Ciambrone per poter effettuare il proprio lavoro in tema di produzione di materia per l’arte. Il medium comunicativo costituisce uno dei dati irrinunciabili attorno al quale allestire un processo di ricerca funzionale al ‘messaggio’ valoriale a cui Ciambrone sembra proprio non disposto a rinunciare. Il ‘messaggio’ dell’autore non può essere privo di un suo rimando morale anche se l’immagine può apparire, proprio perché così accessibile -financo democratica-, deliberatamente affrancata da qualsiasi necessità di rimando ad un altrove. Invece, nonostante questa ‘finta’ e quasi immediata solubilità del prodotto d’arte, la costruzione del singolo episodio appare supportata da circostanziati riferimenti, talvolta eccessivamente espliciti, ad esperienze e magisteri della storia e della cultura novecentesca delle ormai storicizzate Avanguardie, il cui portato va, comunque, oggi considerato superato. Il moderno e contemporaneo percorso dell’arte, nel suo cogente farsi nell’attualità forse non ha più nulla da dire così come tutti oggi ‘scrivono’, pur tutti soffrendo di ‘analfabetismo di ritorno’ attraverso l’accesso ai social media. Tutti fanno arte e tutti producono immagini con le varie ‘app’ connesse agli strumenti dell’era digitale. Il fare arte e il produrre immagini costituiscono schemi di riferimento di una cultura contemporanea, che, dall’accesso facilitato ai sistemi informatizzati, produce il mediocre risultato di chi utilizza strumenti raffinatissimi per estrapolarne primordiali ed improbabili manufatti. Tutto è uguale a nulla e nulla è più uguale all’uso sciatto dell’immagine che, per sua natura, se prodotta, in una realtà non contestualizzata, né vista è, sintomaticamente non esistente. Manca lo strumento che è la comprensione del prodotto realizzato. Manca la meditazione circa il compimento dell’opera e dunque la declinazione del suo valore in ragione dell’uso sociale che, come ricaduta, può avere il manufatto realizzato. Ciambrone produce arte che è materia. Produce arte che è immagine e attende che il suo compito possa essere di offrire al riguardante un’estasi di senso al significato del tempo. L’immagine è metafora della storia. La storia è tempo che rappresenta la prossimità dell’uomo al suo processo di evoluzione. Ma, anche per evolversi c’è necessità di meditazione, ovvero c’è necessità di acquisizione di consapevolezza del proprio status, fosse anche quello di accettare la propria diversità dal resto della realtà delle cose. L’uomo può educarsi alla bellezza o potrebbe avere nella bellezza uno strumento della propria riforma e redenzione sebbene bellezza e capacità di riconoscimento della stessa, per la natura oggettuale della struttura comprensiva dell’uomo, non possono aver luogo se non nella prospettiva di alterità dell’‘oggetto bellezza’ dall’uomo in sé. Le opere di Ciambrone muovono i caratteri elementari della struttura percettiva del riguardante in quanto affondano le proprie radici nel terreno primo dell’esperienza elementare e, dunque fondativa, a cui ognuno è chiamato a dare risposte. Perché il giallo ci dà sensazioni che ci collegano a momenti di festa, di gioia e altri colori ad altre strutture associative? Perché il contrasto fondo scuro e pennellata chiara pone la dimensione percettiva come del sogno o come del disagio di una notte plumbea, nera, d’inchiostro; perché la luce ci affascina ed intimorisce? Ciambrone con il suo costruire la ricerca cromatica con la quale opera sembra semplicemente citare la tecnica della pittura in pietra, in materia singola come il mosaico della tradizione romano-bizantina; come quella delle pavimentazioni medievali dei Vassalletti e dei Cosmati o quella dei marmorari napoletani, quella degli intarsiatori di pietra Cinque-Settecenteschi o gli ebanisti sorrentini laddove colore e luce implicano opera e prodotto, tecnica e contenuto senza venir meno il fronte ‘debole’ del significato. L’itinerario sviluppato da Ciambrone nel suo percorso di ricerca visiva appare legato in maniera indissolubile al carattere peculiare della visione elementare. Una serie di immagini che si imprimono sulla retina e che ripercorrono nei processi associativi della mente il continuo feedback tra memoria e presenza visiva contingente. I colori primari trovano largo impiego nelle chiazzature a macchia che l’autore stende sul supporto quasi antico agricoltore che lascia parsimoniosamente il singolo seme pittorico dalla breve chiazza di materia sul terreno scuro della tela. Le tonalità brillanti della gamma timbrica dei colori appartengono alla selezione di tinte adoperate dall’autore. Colori primari adoperati in maniera intensa, profusi in quantità cospicua, pronti ad accattivare e ad ‘incontrare’ il riguardante. Colpisce, per la semplicità quasi didascalica, l’uso costante del tratteggio sequenziale della medesima campitura come i pixel di un monitor che ripropongono cangianze e coloriture già intraviste o conosciute nell’infanzia. In ciò egli si inserisce nell’alveo di un filone artistico che, Rothko, affida unicamente al colore la comunicazione di stati d’animo e sensazioni, con l’importante differenza tuttavia per cui Ciambrone, fedele alla tradizione narrativa della sua terra, non elimina la forma, ma la esalta attraverso ampie campiture cromatiche a contrasto. Sembra strano ma di Ciambrone colpisce la gamma cromatica dei colori vistosi degli ex-voto dei Santuari tradizionali del Mezzogiorno. Colori a loro volta recuperati dalle riggiole dei rivestimenti parietali, pavimentali e delle cupole negli spazi urbani, ma anche nei paesaggi privati, nelle scene domestiche delle quinte architetturali delle abitazioni. Ciambrone coniuga semplicità con memoria percettiva e timbrica del colore. Poi le citazioni colte trovano epifania nel gioco di immagini che sottolineano metamorfosi e trasformazioni in atto di ciò che resta e vuole rimanere tale e cioè racconto. Narrazione.  Città come evento, paesaggio come empatica osmosi tra visione ed ascolto del luogo. Luogo come ‘copia’ e copia come secrezione di contenuto quasi ‘reliquia per contatto’. Ciambrone si pone come anello di congiunzione tra rappresentazione come geometria e visione quale ‘biologica etologia dell’animale uomo’. Il meccanico vedere come il rischio di trasformarsi in un complesso pensare. Ritorna di nuovo all’origine: la visione si pone come narrazione.